Che cosa può avere in comune il clown con una corsia d’ospedale, un’aula scolastica, una casa di riposo o un contesto educativo?
È da questa domanda che ha preso forma “Umano, troppo umano”, il workshop esperienziale dedicato al clown come strumento di relazione, ascolto e presenza nei contesti professionali ed educativi.
Due giornate di lavoro intenso, condotte da Giancarlo Sabatti Fausti, clown, performer, formatore ed educatore, con la conduzione e il coordinamento di Marco Vignone.
Il clown oltre il naso rosso
Il punto di partenza del workshop è stato semplice ma decisivo: il clown non è soltanto una tecnica scenica, una gag o un personaggio.
È prima di tutto un’attitudine.
Un modo di stare nella relazione che richiede disponibilità, autenticità, ascolto, capacità di esporsi all’imprevisto e di accogliere l’errore senza trasformarlo immediatamente in qualcosa da correggere.
Questo approccio assume un significato particolare proprio nei luoghi in cui prevalgono routine, responsabilità, fatica, fragilità o dolore.
Otto ore di esperienza tra teoria e pratica
Il percorso ha alternato momenti di riflessione, esercizi corporei, giochi relazionali e situazioni di improvvisazione.
L’obiettivo non era quello di “insegnare a fare il clown” in senso spettacolare, ma di esplorare alcuni principi del linguaggio clownesco e verificarne l’utilità all’interno della pratica professionale.
Durante il workshop i partecipanti hanno lavorato in particolare su:
- ascolto e presenza nella relazione;
- gestione dell’imprevisto e dell’errore;
- disinnesco delle tensioni comunicative;
- capacità di modificare il proprio punto di vista;
- gioco ed empatia come strumenti di incontro;
- consapevolezza del corpo e del proprio modo di stare con l’altro.
Professioni diverse, una stessa domanda
Uno degli aspetti più interessanti del percorso è stato l’incontro tra persone provenienti da ambiti differenti.
Il workshop è stato pensato per chi lavora con adulti, ragazzi e bambini: educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari, psicologi, assistenti sociali, genitori, attori e clown.
Competenze e ruoli differenti si sono confrontati intorno a una stessa domanda: come possiamo restare realmente presenti nella relazione quando il nostro lavoro rischia di trasformarsi in automatismo?
Il clown ha offerto un terreno comune da cui partire.
Trasformare lo sguardo
Uno dei risultati più significativi del lavoro è stato proprio il cambiamento dello sguardo.
Attraverso il gioco, situazioni apparentemente semplici hanno permesso di osservare con maggiore chiarezza abitudini, rigidità, strategie di controllo e modalità automatiche di relazione.
Il clown non propone una soluzione predefinita. Costringe piuttosto a restare dentro ciò che accade.
In questo spazio l’errore può smettere di essere un problema e diventare un’informazione; l’imprevisto può diventare una possibilità; la vulnerabilità può trasformarsi in un elemento di contatto.
Uno strumento concreto per il lavoro educativo e sociale
Alla fine del percorso il clown è emerso non come un elemento da aggiungere artificialmente alla propria professione, ma come una possibilità di ampliare la propria cassetta degli attrezzi relazionali.
Per chi lavora nella cura, nell’educazione, nel sociale o nella formazione, questo significa poter utilizzare il gioco non come evasione, ma come dispositivo di ascolto e comunicazione.
Significa imparare a riconoscere ciò che accade prima di cercare immediatamente di modificarlo.
Significa concedersi la possibilità di essere, a volte, meno performanti e più presenti.
Un’esperienza da cui continuare
“Umano, troppo umano” ha confermato quanto il linguaggio del clown possa diventare uno spazio di ricerca trasversale, capace di mettere in relazione arti performative, educazione, lavoro sociale e cura.
Non si è trattato soltanto di acquisire tecniche, ma di sperimentare un diverso modo di stare con gli altri.
Un lavoro sul corpo, sull’ascolto, sulla disponibilità e sulla capacità di accogliere ciò che non avevamo previsto.
Perché, prima ancora di qualsiasi ruolo professionale, nella relazione rimane sempre una persona di fronte a un’altra persona.
