Il Corpo che Gioca nasce da una ricerca semplice e concreta: cosa succede quando il corpo smette di eseguire e ricomincia ad ascoltare?
Il workshop mette al centro movimento, respiro, voce, relazione e improvvisazione, non come discipline separate ma come parti di un’unica esperienza. L’obiettivo non è “fare bene” un esercizio, ma rendere il corpo più disponibile: disponibile a cambiare ritmo, peso, direzione, intenzione e qualità della presenza.
Un corpo disponibile
Nel lavoro teatrale il corpo non deve necessariamente essere atletico nel senso sportivo del termine. Deve essere soprattutto presente, reattivo e disponibile. Disponibile a ciò che accade nello spazio, all’altro, all’imprevisto e alle variazioni che emergono durante il lavoro.
Per questo il percorso parte da esercizi semplici di risveglio corporeo, percezione, orientamento nello spazio, cambi di peso e di attitudine. Il corpo viene progressivamente portato fuori dagli automatismi quotidiani per entrare in una condizione più aperta e ricettiva.
Dal mio corpo all’altro
La presenza non è mai soltanto individuale. Il corpo cambia quando entra in relazione con un altro corpo.
Una parte del workshop è dedicata proprio a questo passaggio: dalla percezione di sé alla relazione. Distanza, ritmo, imitazione, opposizione, ascolto e contatto diventano strumenti per osservare come la nostra presenza si modifica quando qualcuno entra nello spazio.
La relazione non viene aggiunta alla fine del lavoro: è già parte del movimento.
Respiro e voce
Il respiro attraversa ogni azione, anche quando non ce ne accorgiamo. Nel workshop diventa un punto di accesso alla presenza e alla voce.
Si lavora sull’ascolto del proprio respiro, sulla percezione di dove nasce il suono, sulla relazione tra fiato e voce e sulle possibilità che emergono quando il suono non viene pensato soltanto come parola.
Assonanza, dissonanza, call and response e improvvisazione sonora permettono di esplorare una voce meno controllata e più legata al corpo.
Presenza e composizione
Essere presenti non significa semplicemente stare fermi o concentrati. Significa essere disponibili a ciò che cambia.
Attraverso esercizi di distanza, statua, scena e variazione, il lavoro porta i partecipanti a osservare come un gesto, una postura o una semplice modifica dello spazio possano generare un’immagine, una relazione o una situazione scenica.
Il passaggio dalla presenza alla composizione avviene in modo progressivo: prima si ascolta ciò che accade, poi si costruisce a partire da quello.
Il gioco come motore del lavoro
Il gioco è il filo che attraversa tutto il percorso.
Non viene utilizzato come momento di pausa o come semplice elemento ludico. È uno strumento di ricerca che permette di modificare velocemente regole, ritmi e punti di vista.
Attraverso il gioco il corpo può sperimentare senza irrigidirsi nella ricerca del risultato. Può sbagliare, reagire, imitare, esasperare, cambiare direzione e trovare soluzioni che non erano state previste.
Corpo, suono e improvvisazione
Nella seconda parte del lavoro gli elementi esplorati iniziano a intrecciarsi. Movimento e suono, presenza e relazione, oggetto e azione vengono messi in gioco all’interno di improvvisazioni guidate.
Tra gli strumenti utilizzati:
- manipolazione di oggetti;
- costruzione di piccole improvvisazioni;
- imitazione ed esasperazione;
- uso di una stessa nota in modi differenti;
- improvvisazione sonora;
- composizione collettiva.
L’obiettivo non è costruire immediatamente una scena compiuta, ma osservare come il materiale possa nascere dall’incontro tra corpo, voce, spazio e relazione.
Un lavoro tra teatro, pedagogia e gioco
Il Corpo che Gioca si colloca in uno spazio di confine tra training teatrale, pedagogia del corpo e pratica ludica. Non è pensato soltanto per attori, ma per chiunque voglia esplorare in modo concreto la propria presenza e il proprio modo di entrare in relazione.
Il lavoro può essere utile ad artisti, educatori, insegnanti, operatori sociali e a chiunque utilizzi il corpo e la relazione come parte del proprio lavoro.
Ritrovare possibilità
Alla fine del percorso non resta una tecnica da applicare in modo automatico, ma una maggiore disponibilità.
Disponibilità a sentire il proprio corpo. A riconoscere il respiro. A usare la voce in modi inattesi. A modificare il proprio atteggiamento nello spazio. A entrare in relazione senza sapere già cosa deve succedere.
Perché giocare con il corpo significa anche ricordarsi che esiste sempre più di un modo per stare, muoversi, ascoltare e rispondere.
